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DON
PRIMO MAZZOLARI
Il
coraggio del confronto e del dialogo
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GLI SCRITTI
Testo N° 1
“TU NON UCCIDERE”
“La nonviolenza non va confusa con la non-resistenza. Nonviolenza è come
dire: “no” alla violenza. E’ un rifiuto attivo del male, non un’accettazione
passiva. La pigrizia, l’indifferenza, la neutralità non trovano posto nella
nonviolenza, dato che alla violenza non dicono né si né no. La nonviolenza
si manifesta nell’impegnarsi a fondo.
Ogni violento presume di essere coraggioso, ma la maggior parte dei violenti
sono dei vili. Il nonviolento, invece, nel suo rifiuto a difendersi è sempre
un coraggioso. Lo scaltro, che adula il tiranno per trarne profitto e
protezione, o per tendergli una trappola, non rifiuta la violenza bensì
gioca con essa al più furbo. La scaltrezza è violenza, doppiata di
vigliaccheria ed imbottita di tradimento. La nonviolenza è al polo opposto
della scaltrezza: è un atto di fiducia dell’uomo e di fede in Dio, è una
testimonianza resa alla verità fino alla conversione del nemico.
Gesù ha annunciato con insistenza e precisione la regola della nonviolenza:
“A chi ti percuote la guancia destra porgi la sinistra; a chi ti muoverà
lite per toglierti la tunica lascia anche il mantello; se alcuno ti
obbligherà a correre per un miglio seguilo per due” (Mt 5,40-41). (…)
La nonviolenza assume un valore umano inestimabile solo quando diventa
resistenza al male sul piano spirituale. Lo Spirito di pace e di giustizia,
lo spirito di verità e di giustizia sono un unico e medesimo spirito. (…) E
allora la sua resistenza assume immediatamente questi aspetti
incomprensibili:
- dichiarazione di condanna del male;
- opposizione al male, non agli uomini che lo commettono;
- disposizione a pagare, e non a far pagare la nostra condanna
e la nostra opposizione al male.
Spesso, più che al male, ci si oppone agli uomini che fanno il male, i quali
sono degli infelici ancor prima di essere dei colpevoli. Ma chi è puro e
veramente caritatevole nelle intenzioni e nei movimenti delle proprie
azioni?
Il nonviolento rifiuta di portarsi sul piano del violento, costringendo
piuttosto questi a salire sul suo e a combattere con la forza l’idea. La
rotta del realismo politico incomincia quando il violento è obbligato a
scoprirsi qual è, ed è allora che si butta massicciamente e da persecutore
contro lo spirito. Tale comportamento fa cadere la maschera idealistica
dell’egoismo, che è il vero movente di ogni violenza. Una volta caduta la
maschera, la vittoria dello spirito albeggia, sia pure lontana.
La nonviolenza è la cosa più nuova e la più antica; la più tradizionale e la
più sovversiva; la più santa e la più umile; la più sottile e difficile e la
più semplice, la più dolce e la più esigente; la più audace e al più savia,
la più profonda e la più ingenua. Concilia i contrari nel principio; e
perciò riconcilia gli uomini nella pratica”.
“ La pace cristiana non è regolata dal ‘do ut des’: se tu sarai pacifico con
me, io lo sarò con te. Il cristiano procede per altra strada e dietro altra
logica: “Udiste che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo
nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri
persecutori, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, il quale
fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e manda la pioggia ai giusti e
agli iniqui. Perché, se amate quelli che vi amano, qual merito ne avete? Non
fanno lo stesso i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che
cosa fate da più degli altri? Non usano lo stesso i gentili? Siate dunque
perfetti com’è perfetto il vostro Padre celeste” (Mt 5,43-48).
Un cristiano deve fare la pace anche quando venissero meno “le ragioni di
pace”. Al pari della fede, della speranza e della carità, la pace è vera
beatitudine quando non c’è tornaconto né convenienza né interesse di pace,
vale a dire quando incomincia a parere una follia davanti al buon senso
della gente “ragionevole”.
La contabilità cristiana conosce la sola partita del dare: se vi aggiungiamo
l’avere, non ci dobbiamo sorprendere se rivedremo sul tappeto le ragioni del
lupo, il quale, essendo a monte del fiume, trovava che l’agnello gli
intorbidiva le acque.Se gli altri odiano, non è una ragione perché odiamo
anche noi. Si vince il male con il bene; la malattia con la salute; si
oppone all’ostilità la carità: questo è il comandamento di Dio. Gli altri
sono comandamenti di uomini, e uomini senza Dio, anche se fanno salamelecchi
al prete.
Quando ci si giustifica delle ingiurie nostre col fatto delle ingiurie
altrui, decadiamo dal cristianesimo: rendiamo nulla l’incarnazione con la
passione e la resurrezione di cristo. Ad amare i soli amici erano buoni
anche i pagani.
La pace comincia in noi… in me e da me, da te, da ciascuno… come al guerra.
Ma come si può arrivare alla pace se si seguita a coltivare, quasi orto per
ortaggi, questa aspirazione manichea dell’umanità e della spiritualità; se
si seguita ad alimentare una polemica fatta di apriorismi e ingiurie,
deformazioni e repulse; se si aumenta ogni giorno più la disparità economica
tra chi spedisce lingotti d’oro all’estero e chi vive nelle baracche e
intristisce nella disoccupazione; se si insiste a vedere nel fratello
insignito di un diverso distintivo politico un cane da abbattere, un rivale
da sopprimere, un nemico da odiare?
Quanti cristiani, per assicurarsi un diritto all’odio, si tramutano in
farisei che non vedono fratelli, ma pubblicani, ma samaritani, ma pagani.
Come se Gesù non fosse mai venuto e non fosse morto e risorto!…
(Tu non uccidere, 1955)
Testo N° 2
“I LONTANI”
Il titolo mi piace. Sa di nostalgia: di ponti, mantenuti almeno da una
parte: di desideri taciuti: d’incontri o di ritorni auspicati, cercati,
preparati nella preghiera nella carità del cuore e dell’intelligenza. Sa di
esilio. E poiché siamo un po’ tutti esuli, poiché ogni giorno ognuno è in
tentazione di perdere o di far perdere la Casa del tempo, introduzione a
quella dell’eternità: per tale accorato timore, per tale fraterna
sollecitudine, siamo vicini ai lontani, così vicini che essi sono un po’
noi, sono noi. Ci si salva salvando: si rimane nella chiesa se si ha il
coraggio di uscirne per ricondurvi il prodigo; si è pastori a patto di
ascoltare il lamento della pecora perduta e di lasciare le sicure
per cercare, ritrovare, riportare, sulle spalle e sul cuore, proprio la
perduta.
Il problema dei lontani
Noto con piacere che ovunque si risveglia il problema dei lontani: che la
sollecitudine di essi cresce dove è già desta, con tentativi di ricerca
sulle maniere più convenienti per accostarli, interessarli, intrattenerli,
ritrovarli. Non è giusto dire son pochi coloro che guardano oltre la
staccionata – se si continua l’immagine evangelica - oltre gli spalti – se
si pensa la chiesa come una città munita -. Mi sembra più giusto dire: è un
po’ poco il far lamento, un po’ poco il deprecare: un po’ poco perfino la
preghiera, se essa non è l’introduzione a quell’attività illuminata, che,
aiutata dalla grazia, può colmare le distanze create, a volte, da un
reciproco allontanarsi. Accade, purtroppo assai di frequente, che uno vada
tanto lontano perché qualcun altro s’è spostato in senso opposto. Allora
sembra anche più difficile attraversare questa terra di nessuno, la quale
invece, è la terra più nostra, santificata dalle lacrime più ineffabili.
Chi è “lontano”
“Lontano” non è soltanto colui che, andandosene, ha sbatacchiato l’uscio di
casa, e non s’è neppure voltato indietro, rotto i ponti e negato
recisamente, audacemente. Di costoro ce n’erano di più qualche anno fa,
anche nei paesi. L’aria favoriva le rotture brusche, drammatiche. Il
“transfuga” s’accampava di fronte alla chiesa e le moveva guerra. La “città
dell’uomo” contro la “città di Dio”. La “lontananza” a quei tempi una
regione ben definita, “un paese”. Adesso quasi non esiste più nello spazio;
è l’assenza di Qualcuno, uno stato d’animo. Uno stato d’animo non è
definibile né numerabile. Da una varietà senza numero d’impressioni e
sentimenti, ne vien fuori, non sempre logicamente avvertita ma
spiritualmente sofferta, questa conclusione: non sono più sicuro della mia
fede. Oggi, la crisi religiosa ha perduto le sue forme classiche. Una volta,
il travaglio interiore, pro o contro, si risolveva in tempo relativamente
breve. Di rado si faceva cronico. Adesso è il permanere di uno stato
d’incertezza e d’indifferenza, la quale è come un senso di qualche cosa di
superato. Vano quindi il crucciarsi, sia per ritrovare come per combattere.
L’irreligiosità contemporanea è di tipo affatto diverso da quella che
caratterizza la fine dell’ottocento e il primo decennio del nostro secolo.
Quella, era una negazione recisa, ragionata, battagliera. Scegliere era un
dovere comandato dall’intelligenza e dalla coscienza. Il dilemma oggi non
esiste. C’è invece la scettica inconsistenza di chi sente di non aver più la
fede di ieri, che sa di non avere ancora trovato, che dubita di trovare.
Donde un certo rispetto per il passato che ha una scia di bontà, d’arte, di
poesia. I “senza Dio” sono i continuatori di ieri. Ma quello – a mio avviso
– nonostante l’organizzazione e la virulenza dei mezzi, è un movimento senza
domani. L’animo dei nostri contemporanei ha una diversa inclinazione. Su di
essa conviene porre l’occhio, la mente, il cuore.
Non cataloghiamo i lontani
C’è la tendenza di catalogare anche le crisi religiose e di fissarne il
tipo, a seconda del prevalere di questo o di quell’elemento. Si hanno così
degli allontanamenti, ove l’elemento affettivo o morale sovrabbonda: altri,
ove appare dominante il raziocinio: in altri i motivi colturali, scientifici
o sociali. Talora è l’esempio di qualche personalità, il clima storico. In
qualcuno, l’allontanarsi è un fatto di piena e sofferta consapevolezza: per
molti, di passività e di stanchezza. Ogni epoca poi, dà un colore suo
proprio alla crisi religiosa, la quale, pur rimanendo individuale, assume
delle caratteristiche generali, che incorniciano il singolo dramma e gli
danno uno sfondo comune. Molti studiosi si fermano a quest’ultimo, come
bersaglio, meno imbarazzante e di più facile rilievo; poiché il
generalizzare è un comodo mezzo per scordare la patetica suggestione che dà
una sofferenza spirituale se guardata fuori dall’astratto. Le dissertazioni
sui mali di un’epoca non fecero progredire la medicina, mentre le esperienze
personali, pur impedendo al momento di far scienza, aiutarono assai la cura
e la redenzione degli spiriti malati.
Dell’animo di colui che va lontano
Un conto son le cause della lontananza, un conto l’animo di colui che va
lontano. Le cause vi son legate, ma non fanno l’animo, cioè quella
particolare disposizione interiore che è il vero movente. Uno si muove dal
di dentro, sia che torni, sia che si allontani. Io credo che ben pochi sanno
d’andar lontano. Come c’è un’anima di verità in ogni essere, così c’è
un’anima di buona fede in ogni errante. Ci si sbaglia o nei riguardi
dell’oggetto o nei modi di raggiungerlo: ma l’intenzione può anche essere
retta. Ognuno crede di avere meglio e di più. Nessuno si avvia fuori di casa
con la certezza di fare una perdita. “Mercator pessimus” , come Giuda, ma
con l’illusione e il desiderio di fare un guadagno. Il peccato originale,
come insegna la chiesa, non ci guasta del tutto: c’è un punto immacolato in
ognuno, anche se difeso dall’ignoranza. – Padre perdona loro perché non
sanno … Se uno fa, sapendo proprio quello che si fa, pecca contro la luce.
Ma i più sono degli erranti, cioè gente che va fuori strada credendo di non
sbagliare. – Ma l’abbiamo avvertito, fatto ragionare … - Sta bene. Ma
proprio quello che per noi è motivo di persuasione, in lui non ha presa.
Forse le mie stesse ragioni gli creano maggiori dubbi. Quale mistero!
Duplice lavoro: duplice metodo
Come vi sono due compiti distinti nel nostro apostolato moderno, così vi
sono due metodi distinti: il metodo di perseveranza e quello di penetrazione
o di ricristianizzazione. Il primo si compie nell’ambito della vita
parrocchiale e si serve, nella sua molteplice attività, dei sussidi ormai
tradizionali: uffici divini, pratica sacramentale, catechismi, ritiri,
predicazione, oratori, congregazioni, pie associazioni, collegi, scuole,
librerie, stampa cattolica, buon teatro, buon cinema, ecc. E’ un apostolato
eminentemente conservatore, non però abbandonato alla routine,
poiché anche per conservare bisogna adattarsi di continuo alla vita, che
muta vertiginosamente e crea condizioni nuove agli stessi credenti. Il
metodo di penetrazione o di riconquista deve avere qualche cosa di diverso:
una sua anima, più slanciata, e un’andatura più indipendente , più agile,
più audace. Sarebbe un errore il credere che il metodo di conservazione
possa, con lievi ritocchi, supplire il metodo di riconquista. La prova è
nell’insuccesso continuo dei nostri sforzi. Vi sono anime e ambienti che le
nostre tradizionali di attività cattolica non scalfiscono neppure. La
maggior parte dei nostri giornali, riviste, libri, predicazioni non arrivano
fuori della clientela
specificatamente cattolica, né riescono influenzare il movimento generale
delle idee, né interessano il pubblico lontano. Il mondo – non importa se
cammina male – ha imparato a camminare senza di noi e, quel che è peggio, ci
ha tagliato o ci sta tagliando fuori dalla sua orbita e quasi accantonando.,
secondo l’acerba e veristica frase di Peter Wust, in un “ghetto cattolico”.
Quasi nessuno s’accorge di noi come cristiani. Pochi sanno che al mondo c’è
una maniera cristiana di guardare la vita, l’uomo, il lavoro, il denaro, le
patrie. Parecchi dei nostri, o finiscono per
accettare i metodi se non gli schemi ideali degli altri, oppure si
esauriscono nel riprovare e condannare. “L’avventura del mondo diventa
tragica perché mancano anime cristianamente avventurose. All’avanguardia non
ci sono più i segni del Cristo: almeno non si scorgono. Pare che sia stato
sciolto il corpo dei pionieri, mentre una santa arditezza, dovrebbe formare
lo sfondo dell’apostolato moderno”. C’è una terra di missione, che
incomincia appena fuori delle nostre chiese, divenute talvolta brevi isole
sperdute nella piena inondante di una civiltà non più segnata
in fronte dal nome di Cristo. La nuova cristianità non potrà sorgere senza
la perdita di qualche posizione tranquilla o creduta tale. Lo stesso sforzo
di difesa è destinato all’insuccesso se non è sorretto dallo sforzo di
penetrazione. L’incredulità scavalca ogni riparo e ci porterà via coloro
stessi che non avremo lanciato alla conquista del mondo moderno. Ci si
difende assalendo. La missione, più che il segno della vita, è la vita
stessa della religione: e l’ite della messa fa eco all’”andate e predicate a
tutti” del Cristo.
“La victoire n’appartiendra qu’a un commandement avide d’avventures audaces
et de responsabilités” (Foch).
Mi permetto di aggiungere che, così intesa, la fedeltà alla verità è già una
devozione a qualcuno, dato che il ritorno è sempre un innamoramento. Tanto
più che il ritorno non è segnato da un traguardo unico. La parabola dei
talenti porta dei guadagni quantitativamente diversi ma egualmente lodevoli
e rimunerativi. Non ritorna soltanto colui che entra in casa e vi si asside
alla maniera dei figlioli che non ne sono mai usciti. Mi pare si possa
credere all’inesauribile maniera di convertirsi. V’è chi entra come s. Paolo
e s. Agostino: v’è chi rimane sulla soglia come Péguy e Rivière, gente du
parvis …, prospiciens a longe, come dice l’inarrivabile motivo dell’avvento.
Anche il profugo, che non osa o non può varcare la soglia di casa, ma che vi
sospira col cuore lungo i sentieri dell’esilio, è uno che torna. Chi, per
una sola volta, ha raccolto sul cuore del fratello lontano l’intraducibile
pianto dello sforzo che non riesce a sopprimere le distanze, e che cammina
senza giungere la dove è, segnato dall’uomo, il punto dell’incontro festoso,
quegli sa che Qualcuno ha camminato davanti, consacrando sul cuore
crocifisso l’alleluia del Regno dei Cieli.
Testo N° 3
LE TENTAZIONI DEL CRISTIANO
Domenica prima di Quaresima (San Matteo, c. IV, v. 1 –11)
Leggo senza preoccupazioni esegetiche. La realtà misteriosa non la farò
diventare parabola, a costo di farmi sanguinare il cuore in una confessione
di povertà che mi aiuterà a divenire
misericordioso.
… Voluit per omnia fratribus simulari ut misericordos fieret.
Il cristiano è un uomo tentato, il solo uomo ove la tentazione prende
aspetti abissali.
Quei di fuori immaginano la nostra vita tranquilla e sicura, come di gente
arrivata, che, tuttalpiù, si dà pensiero e prova compassione dei perduti,
per i quali prega e tiene pulpito, come un armatore il suo scafo. L’errore
purtroppo è frequentissimo ed indispone talmente i lontani che essi si
credono superiori nella loro avventura; la considerano più lanciata della
nostra, non essendo disposti ad ormeggiarsi nel primo porto per non
rinunciare a cercare. Io confesserò umilmente le mie tentazioni perché
troppi hanno paura di svalutare la propria fede, confessandosi. La
tentazione di un credente è forse meno tragica, ma non meno patetica e
lancinante.
Il cristianesimo è l’inquietudine più grande, la più intensa. Esso inquieta
l’esistenza comune nel suo fondamento. Dove deve nascere un cristiano, vi
deve essere un’inquietudine: ove un cristiano è nato, c’è dell’inquietudine.
San Paolo parla del gemito di ogni creatura. Dunque, io sono uno che sta
male, non perché credo, ma nella mia stessa qualità di credente, poiché,
credendo, non aderisco all’evidenza, ma al mistero. Anche se San Tommaso
afferma che l’atto di fede si differenzia da tutti gli altri atti del
pensiero per questa specie di “cogitazione”, che fa che lo spirito non sia
in riposo nella fede. L’avventura cristiana continua in chi crede. Non c’è
bisogno di rinunciare ad entrare in porto perché la ricerca continui. La
Fede non è un approdo, ma un sicuro orientamento di Grazia
verso l’approdo. La traversata continua e travagliosamente. Chi non ha la
grazia di credere è tentato dall’incertezza e dal timore del niente, di
nessuno. Chi ha la grazia di credere è travagliato dalla luce stessa che gli
fu comunicata. Il mio ideale, che non è fatto su misura, ma che mi supera
infinitamente, è il mio tormento. La Parola di Dio l’ho dentro di me, non la
posso più rifiutare e adattare ai miei gusti, imborghesirla. Nel lontano la
ricerca è un istinto naturale; nel credente è istinto e grazia. C’è poi il
confronto continuo fra ciò che mi splende nella visione e nel desiderio e
ciò che riesco a fissare. Penso in eternità e avanzo lentamente nel tempo.
Ho ricevuto tanto e di
tanto devo rispondere: anche davanti agli uomini. Sono creato testimonio
davanti agli uomini. Dipende da me se Cristo sarà accolto o giudicato nella
mia luce o nella mia tenebra. Sono di fazione fazione per Lui fino
all’ultimo respiro. Non sarò smobilitato che morendo. Chi non ha una fede
non è impegnato: è sempre più “onesto” di chi ha un ideale evangelico. Io
che credo e predico il Vangelo, sono giudicato secondo il Vangelo. Molti
uomini non mi
condannano neanche: ma io non posso non condannarmi. La mia fede mi crea
giudice implacabile di me stesso. Io dico – perché credo -: ciò che
abbandono è “cosa fallace, gioia momentanea, bene che passa”. Ma anch’io
passo; anch’io sono un’onda. E non voler che neanche un attimo mi attardi ad
accarezzare, lungo la sponda, il filo d’erba che si sporge, la fronda del
salice che si piega!!…
Qualcuno dice: - Non si può invidiare ciò che non è. Maniere di dire che son
vere, ma troppo usate e abusate, troppo concettuali. La scelta tra la realtà
che tiene e la realtà che non tiene, ma che è sotto i miei occhi palpitante,
appetibile, invitante, non è facile. I confronti si fanno col cuore
sanguinante e le labbra arse. Almeno la Presenza fosse continua, sicura,
tangibile! Invece, la mia tentazione è accordata su questo motivo tragico:
un Dio che resta presente allontanandosi. Solo una memoria: “Ciò che ho
visto, sentito, toccato”. Qualche schiarita, un lampo, un mattino di
Pentecoste; poi più niente, neanche una voce; silenzio e oscurità. A volte
non è più soltanto un
allontanarsi ed un rimanere, ma un’assenza, una fede desolata. E si deve
vivere lo stesso, parlare lo stesso, testimoniare lo stesso. Qualcuno c’è,
ci deve essere nella tua desolazione, ma tu non sai più se ti appartiene, se
lavora per te, se…Non sai neanche se alla fine della tentazione manderà i
suoi angeli per consolarti.
(fonte: Giovani e
Missione) |